santa-maria.jpgConsacrata da Onorio III° nel 1217, fu trasferita nel 1619 e ricostruita nel luogo attuale per custodirvi l’immagine di S.Maria in Portico per adempiere al voto promesso in seguito alla ‘miracolosa’ liberazione dalla peste del 1656 che colpì Roma. Iniziata nel 1662 da Carlo Rainaldi fu consacrata nel 1728. La facciata barocca, in travertino a edicole sovrapposte, è resa plastica dalla disposizione delle colonne. L’interno, a pianta rettangolare con volta a botte, presenta un primo corpo a croce greca ed un secondo più ristretto, con cupola ed abside. All’inizio della navata a destra è situato il battistero con due tabernacoli del 1400. Nella prima cappella a destra ‘S.Michele’ di Sebastiano Conca, nella seconda ‘S.Anna, Gioacchino e Maria’ di Luca Giordano mentre gli angeli sono di Michel Maille, Francesco Cavallini e Francesco Baratta. Nella crociera destra è collocato il monumento funerario del Cardinal Bartolomeo Pacca [morto nel 1863] scolpito da Ferdinando Pettrich. L’altare maggiore, disegnato da Rainaldi, fu realizzato da Antonio De Rossi, Ercole Ferrata e Giovanni Paolo Schor. [1667] Al centro l’immagine di S.Maria in Portico Campitelli, opera in lamina e smaliti del XI° secolo. Nella terza cappella a sinistra ‘Conversione di S.Paolo’ di Ludovico Gimignani, nella prima ‘Sacra Famiglia e Beata Ludovica Albertoni’ di Lorenzo Ottoni. A destra il sepolcro di Vittoria Altieri Parabianchi di Giacomo Antonio Lavaggi, a sinistra il monumento funebre di Angelo Altieri scolpito da Giuseppe Mazzuoli.

Apertura: 7-12 e 16-19.30
Dove: Piazza Campitelli 9
Come arrivare: da Piazza Venezia verso il Teatro di Marcello è la piazzetta che s’intravede dalla prima traversa a destra

Il primo passaggio che modifica il significato dell’arte nella Chiesa come luogo di culto avviene dalla trasformazione della basilica paleocristiana in chiesa medioevale. Nel passaggio dall’alto al pieno medioevo, l’arte perde difatti la sua rigidezza e il suo impaccio, ma conserva il suo carattere profondamente religioso e spiritualizzato, e resta anche in seguito l’espressione di una società tutta pervasa dal cristianesimo. Ma la visione propria del Medioevo non è comunque il risultato del periodo precedente: l’arte paleocristiana infatti, non aveva ancora nulla della trasparenza dello stile romanico e di quello gotico. La spiritualità del paleocristianesimo in realtà era ancora quel generale, vago spiritualismo che aveva caratterizzato il paganesimo. Le forme dell’arte paleocristiana sono significative solo in senso psicologico, non metafisico: sono espressionistiche, non divinatorie. I grandi occhi sbarrati dei tardi ritratti romani esprimono una vita psichica intensa, intellettuale e affettiva; ma questa vita psichica è senza sfondo metafisico e in sé non manifesta ancora la nuova religione. L’arte paleocristiana supera l’incertezza formale e l’impaccio solo dopo l’editto di Milano del 313 d.C, con Costantino che riconosce il Cristianesimo, quando diventa l’arte ufficiale dello stato e della corte, degli ambienti aristocratici e colti. Ora, in opere come il mosaico absidale di Santa Pudenziana, essa riacquista quell’armonia di cui ancora prima non voleva sentire parlare, ostile com’era al sensualismo classico. L’idea che soltanto l’anima è bella, e il corpo, come ogni cosa materiale, non è degna e contaminata, viene respinta, dopo il riconoscimento del Cristianesimo, almeno per un certo periodo di tempo. La Chiesa, istituzione che si è consolidata, fa rappresentare Cristo e i discepoli in aspetto solenne e dignitoso. L’ideale cristiano non cambia però nel suo aspetto esteriore ma nella funzione sociale dell’arte. Per l’antichità classica, l’opera d’arte aveva un valore prevalentemente estetico, per il Cristianesimo essa ha un significato completamente diverso. Così nel Medioevo niente è superfluo: non c’è una scienza e un’arte che siano indifferenti alle fede. Anzi l’arte è lo strumento più prezioso per l’opera educativa della Chiesa, rivolta al popolo ignaro che non riesce a comprendere i ragionamenti astratti e che per capire ha bisogno di una figurativa che gli trasmetta valori, principi, significati morali. I metodi compositivi e le forme provengono dall’Impero Bizantino e su questi, più tardi, avverrà quell’evoluzione stilistica che intrapresa da Cimabue condurrà a Giotto e al fermento innovativo della scuola fiorentina. Un passaggio importantissimo, da cui nasce la storia della pittura italiana ed europea. L’arte bizantina rappresenta Cristo come un Re, Maria come una Regina; l’uno e l’altro indossano vesti preziose, e siedono freddi, inespressivi e distanti sul loro trono. Gli angeli assistono e formano processioni severamente ordinate. Tutto è grande e possente, ogni elemento umano, soggettivo, è soppresso. Un rituale intangibile vieta a quelle figure di muoversi liberamente, di uscire dalle file, di volgere lo sguardo. L’uso dei colori è semplice, chiaro, distinto: tutto è contenuto in forti contorni ininterrotti, in colori puri, senza gradazioni. Alla fine del Duecento e al principio del Trecento, Giotto porterà così quell’innovazione pittorica che modificherà per sempre le forme e lo stile. Avviene un processo che si concreta, di fatto, nella progressiva liberazione dalla dominante cultura bizantina, ed è affrettato dal fatto che questa cultura ha ormai esaurito le sue possibilità di sviluppo, allo stesso modo che l’impero d’Oriente ha concluso il proprio ciclo storico e si avvia ineluttabilmente alla fine. Il processo è graduale e si compie a livelli diversi. Il processo di superamento della figuratività bizantina, avviene, in Toscana, ad un livello intellettuale più elevato che certamente è in rapporto con l’intensa, agitata vita religiosa suscitata dalla propaganda degli ordini religiosi. Il problema di fondo, di una riforma strutturale del fatto pittorico, si pone con Cimabue: la sua linea si tende in curve elastiche, sensibilizza a tal segno le zone di colore che separa, da esigere il termine medio di una variazione chiaroscurale, di una permeazione luminosa. Come nel suo Crocifisso, dove più che una forma umana idealizzata, [tipica della pittura bizantina] il Cristo è una trama spaziale che si configura come una forma umana. Ecco che Gesù nella pittura si fa uomo e ci trasmette la sua sofferenza, nel suo volto intravediamo le sue sensazioni. E’ la grande rivoluzione filosofica che condurrà progressivamente alla diversificazione rappresentativa dell’iconografia cristiana e che avrà in Firenze il suo centro di sviluppo. Gli artisti introducono così, opera per opera, elementi innovativi, che rendono i personaggi religiosi e spirituali sempre più intensi, profondamente più vicini allo spettatore, più verosimili e reali. Un processo naturalistico che avrà il suo culmine con Leonardo, la sua armonia estetica con Raffaello, il senso del quotidiano con Caravaggio e che s’interromperà con il Barocco, nella seconda metà del 1600, quando si evade verso un’iconografia estatica, dominata da una luce soprannaturale, ai confini tra terreno e cielo. La raffigurazione del tema religioso, dal Barocco in poi, inizia a diminuire per un radicale cambiamento che avviene all’interno della società. Nel 1700 nascono e si affermano le prime vere e proprie forme di borghesia capaci di dare vita a propri modelli di organizzazione civile e culturale. Nello stesso tempo l’Europa è investita dal fermento scientifico e dallo sviluppo del pensiero Illuminista, che nega l’esistenza di idee innate nella mente umana affermando che le cognizioni dell’individuo sorgono dall’empirismo, ovvero dall’esperienza, ponendo le promesse del deismo, una religione personale. Nella metà del ‘700 si realizza nella cultura il distacco definitivo col mondo della tradizione, e l’intellettuale, l’artista, si trova così in una situazione in cui, divenuto autonomo, è invitato a contribuire allo sviluppo di modelli artistici nuovi. Per approfondimenti sugli artisti visita questa pagina.

santa-maria-internijpg.JPGDA NON PERDERE:
Lanfranco, Bernini, Caravaggio, Guercino, Raffaello a S.Agostino. Rosso Fiorentino, Raffaello e Pietro da Cortona a S.Maria della Pace. Gli affreschi di Filippino Lippi e di Giovanni De Vecchi a S.Maria sopra Minerva e di Masolino nella Basilica di S.Clemente. Caravaggio, Annibale Carracci, Carlo Maratta e Pinturicchio a S.Maria del Popolo. Federico Barocci e la decorazione della cupola di Pietro da Cortona a Chiesa Nuova. Gli affreschi del Pinturicchio e il pavimento cosmatesco di S.Maria in Aracoeli. L’estasi di Santa Teresa di Bernini a Santa Maria della Vittoria. La beata Ludovica Albertoni di Bernini a San Francesco a Ripa. La Pietà a S.Pietro e il Mosè di Michelangelo a S.Pietro in Vincoli. I mosaici di Jacopo Torriti a S.Maria Maggiore e a S.Giovanni in Laterano. Domenichino e Caravaggio a S.Luigi de Francesi. La cupola di S.Andrea della Valle decorata dal Lanfranco. La volta e la cupola affrescata dal Gaulli alla chiesa del Gesù. I mosaici di Pietro Cavallini a S.Maria in Trastevere, S.Cecilia, S.Crisogono, S.Maria in Aracoeli.

Fonte:www.romecity.it